Sign for APPELLO AL GOVERNO E ALLE ISTITUZIONI INDIANE PER LA FINE DELLE PERSECUZIONI DEI CRISTIANI IN INDIA

domenica, 04 gennaio 2009
Tutte le volte che leggo notizie simili* penso ai tragici incidenti o agli episodi sanguinosi e bestiali che mettono in serio pericolo la vita di qualcuno, grande o piccolo che sia. Se dopo i gravissimi maltrattamenti quel bimbo dovesse restare menomato, se dopo le gravissime ustioni quel giovane dovesse diventare un invalido a vita, se la persona più cara si ammala gravemente e non è autosufficiente... ecc. , se tutti questi casi arrivano nelle grinfie di chi decide dell'inutilità della loro vita, (come nel caso di Eluana) chi si salverà più?
Chi salverà le persone che ci sono care? chi salverà la nostra stessa esistenza quando dovessimo ammalarci ed invecchiare?
E poi: ci sono veramente delle persone totalmente sane che possono sfuggire al giudizio di qualche infermiere che decide che la loro vita è inutile?
Ma soprattutto mi chiedo: se la vita è in balia degli umori di qualche persona spregiudicata, chi resterà in vita alla fine?
Si comincia da chi deve dipendere in tutto per nutrirsi dagli altri, poi si arriverà agli invalidi, quindi a chi ha subito gravi menomazioni in seguito ad un'aggressione o un incidente, poi ci si sbarazzerà di chi ha malattie mentali, di chi è depresso (nell'Oregon accade già)... insomma si arriverà a temere anche di rivelare i propri acciacchi per non rischiare di essere considerati un peso inutile per la società...
Mi sa proprio che la teoria del piano inclinato non è una barzeleltta e se non si provvede subito si rischia veramente di correre verso l'eliminazione dalla terra della vita umana.

Sopravviveranno solo gli animali?

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Tratto da Avvenire del 2 gennaio 2009

Orrore e choc in Gran Bretagna per una vi­cenda di sprezzante e disumana crudeltà mostrata a Brighton da due paramedici durante un intervento di pron­to soccorso.

I due, infatti, han­no deciso di non rianimare un invalido perché «non lo meri­tava». I paramedici, che erano in servizio su un’autoambu­lanza, sono stati arrestati e so­no ora in attesa del rinvio a giu­dizio.

Secondo l’accusa, che è basata su una registrazione delle loro conversazioni, i due hanno giu­dicato non «degno di essere sal­vato» un invalido colpito da un attacco di cuore e l’hanno lasciato morire senza muovere un dito in suo aiuto.

Vittima di tanta spietatezza è stato Barry Baker, un uomo di 59 anni, scapolo, impiegato nell’amministrazione locale, che viveva da solo in una fati­scente casa dopo la morte dei genitori. Il dramma, reso noto dalla polizia di Brighton solo due giorni fa, risale alla notte del 29 novembre quando Baker – invalido in seguito ad acciac­chi all’anca che lo obbligavano a spostarsi con delle stampelle – ha chiamato il 999, il numero per le emergenze. «Sto male, ho dei forti dolori al petto, temo che si tratti di un attacco di cuore», ha detto l’impiegato, che nell’amministrazione lo­cale di Brighton si occupava dell’erogazione dei sussidi so­ciali e a dispetto dell’infermità non mancava mai un giorno dal lavoro.

L’allarme è scattato subito e un’autoambulanza del servizio sanitario pubblico, reparto South East Coast, è pronta­mente partita per la casa del­l’invalido, che è rimasto al te­lefono con un’operatrice del pronto soccorso. Malgrado sia­no pagati per difendere la vita e non toglierla, i due parame­dici dell’ambulanza – due uo­mini, uno di 35 e l’altro di 44 anni – si sono comportati con assoluta disumanità. Come se fossero loro a dover decidere della vita dell’invalido.

A quanto è trapelato dalle pri­me ricostruzioni della polizia, i due paramedici, giunti in casa dell’uomo, sarebbero rimasti «disgustati» dal disordine e dal­la sporcizia nell’abitazione di Braybon Avenue dove viveva l’invalido che a quel punto sta­va riverso sul pavimento, ago­nizzante. Qualche sguardo è bastato ai due per concludere che l’uomo e sofferente ai loro piedi non «meritava» di essere rianimato.

I due paramedici si sono mes­si cinicamente d’accordo per dichiarare che l’invalido era già morto al loro arrivo ma non l’hanno fatta franca per un det­taglio cruciale: il telefono del­l’invalido era rimasto aperto e le loro conversazioni sono sta­te così ascoltate per filo e per segno con raccapriccio dal per­sonale della centrale del pron­to soccorso. E accuratamente registrate.

L’episodio è stato denunciato alla polizia del Sussex che, do­po una serie di controlli, il 5 di­cembre ha arrestato i due pa­ramedici per «deliberata negli­genza nell’esecuzione di un do­vere pubblico» e li ha poi ri­messi in libertà condizionata dopo lunghi interrogatori.

La polizia sta adesso appron­tando un rapporto per la Pro­cura della Corona che entro gennaio deciderà sul processo dei due operatori del pronto soccorso che nel frattempo so­no stati sospesi dal lavoro. Un imbarazzato portavoce del ser­vizio sanitario ha fatto sapere ai media britannici che la poli­zia «sta ricevendo la massima collaborazione possibile» nel­le indagini su quanto accaduto a Brighton. (R. E.)
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categoria:eutanasia
venerdì, 12 dicembre 2008
Da Il Mascellaro:

Il rifiuto del granduca Henri
di Domenico Bonvegna

Dopo il caso Englaro, il dibattito sull'eutanasia si accende, a sostegno di chi intende combattere la buona battaglia in difesa della vita umana sempre e comunque, viene incontro una presa di posizione del Granduca di Lussemburgo Henri, cattolico praticante che in questi giorni si sta rifiutando di firmare la legge che permette di praticare l'eutanasia nel suo piccolo Paese.

Il governo gli vuole togliere tutti i poteri, per questo il primo ministro, cristiano-sociale Jean-Claude Juncker, vuole privarlo di ogni potere proponendo al parlamento di modificare la Costituzione.

Il Lussemburgo abitato da 480 mila abitanti, per l'85 per cento cattolici, potrebbe divenire il terzo Paese europeo dopo Belgio ed Olanda a depenalizzare l'eutanasia. Il sovrano, che è al potere dal 2000, ha informato i leader parlamentari che la sua coscienza cristiana gli impedisce di compiere un gesto del genere. E il pensiero di tutti è immediatamente andato a quanto accadde nel 1990 in Belgio, dove il cattolicissimo re Baldovino si fece da parte per un giorno allo scopo di non apporre la propria firma sulla legge che legalizzava l'aborto. Dopo quelle brevissime «dimissioni a tempo», il sovrano belga riprese il proprio posto sul trono e tutto andò avanti come prima. Ma il mio pensiero va anche a Giulio Andreotti, che guidava un governo monocolore democristiano, quando ha firmato la legge 194 sull'aborto in Italia, lui cattolico praticante, allora si giustificò sostenendo che non poteva rifiutarsi di firmare perché altrimenti sarebbe caduto il governo.

Adesso il granduca Henri rischia di vedere assottigliato il proprio potere e il premier cattolico(?) Juncker anche se comprende il caso di coscienza del Granduca, afferma che se la Camera dei deputati vota una legge, questa debba poter entrare in vigore. La decisione di Henri di ostacolare il cammino del provvedimento, con un atteggiamento che alcuni chiamano «sciopero del granduca», sta spingendo la maggioranza del Parlamento a studiare una riforma istituzionale destinata a ridurre sensibilmente il potere discrezionale della corona. Il granduca resterà al proprio posto, ma non sarà più nelle condizioni di «scioperare» contro il Parlamento: in pratica gli sarà tolto ogni potere di firma sui provvedimenti legislativi.

Il Granduca Henry, 53 anni, da otto sul trono del Lussemburgo, sposato con Maria Teresa sua compagna universitaria, padre di 5 figli, non ha dunque ceduto alle pressioni del Parlamento, confortato dalla fede, come mette in luce l'arcivescovo del Lussemburgo, mons. Fernand Frank , al microfono di Hèlene Destombes : "Il Granduca, secondo la sua coscienza, non ha potuto firmare questa legge, e questo non si è mai avverato, è la prima volta; il Granduca ha dimostrato in tal modo di essere un uomo con dei principi, che agisce secondo la propria coscienza - la coscienza dei cristiani - e credo che quella che il Granduca ha dato è una grande testimonianza".

Rozzano MI, 8 dicembre 2008
Festa dell'Immacolata Concezione
Domenico Bonvegna
domenicobonvegna[chiocciola]alice.it
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categoria:eutanasia
giovedì, 11 dicembre 2008

Da "Il Giornale" di oggi:

La morte come show: in onda alla tv il suicidio di un malato incurabile
di Giuseppe De Bellis

Con gli occhi Craig chiede scusa a se stesso. Guarda in camera appena prima di chiuderli: la morte in diretta televisiva, il suicidio assistito via satellite, arriva nelle case inglesi attraverso Sky e poi nel resto del mondo. Dicono l'abbia chiesto lui, Craig Ewert, vittima di un male incurabile: ha scelto di andare in Svizzera a morire in una clinica della morte, poi ha voluto che ci fosse la tv a riprenderlo. «È l'ultima volontà di un uomo coraggioso e coerente. Uno che vuole dimostrare che c'è la possibilità di morire diversamente, senza soffrire. Con dignità». Dignità: è questa la parola chiave. È una domanda che rimbalza guardando i fotogrammi della morte in diretta: è più dignitoso farsi accompagnare in pubblico o da soli? C'è differenza o no? Qui non c'è in ballo l'eutanasia, ma l'idea di rendere pubblica una scelta privata, di trasformare la fine della sofferenza in propaganda. Craig ha detto al mondo di voler farsi vedere con il medico per mostrare che c'è una strada alternativa al tormento fisico e psicologico: «Puoi morire sereno». Umano, comprensibile, rispettabile. Condivisibile, anche. Perché morire agonizzante se puoi farlo senza sofferenza fisica? Sapere di non avere speranza è una pena già difficile da sopportare, allora se c'è anche un solo modo di farlo con meno dolore possibile, prendilo, accettalo, sceglilo. Craig è stato dignitoso nella scelta di farsi aiutare a morire, però è diventato uno strumento di una campagna: mettere il suo volto di moribondo a disposizione della réclame della dolce morte. Dolce per chi? Nel chiuso di una stanza, con tua moglie accanto, con un medico in camice bianco, lasci tutti e ti addormenti. Forse è ipocrita, magari è carbonaro, ma è privato, intimo, personale. Non c'è nulla di più personale della morte procurata. I suicidi scrivono lettere che spiegano la scelta: vedere come se ne vanno non aggiunge niente alla loro pena. Dare a tutti il filmato della propria eutanasia allontana l'umanità della decisione di togliersi la vita, la trasforma in qualcosa di freddo, quasi di un esperimento.
Fa pensare, dicono. Sì, ma a che cosa? Alla tranquillità della morte? La tranquillità è anche sapere che ci sei tu con te stesso, che quel momento è completamente autonomo, non collettivo, non condiviso. Piergiorgio Welby chiedeva che gli fosse staccata la spina, non che qualcuno lo facesse quando c'era una telecamera accesa. Non si muore di più se c'è un led rosso acceso. Cesare Pavese si ammazzò e scrisse: «Non fate troppi pettegolezzi». Se qualcuno l'avesse visto mentre ingeriva le bustine di barbiturici, oggi sapremmo che faccia aveva, la sua ultima espressione, il suo terrore adrenalinico nello scolarsi la sua pozione mortale. I dettagli, cioè il pettegolezzo implicito, perché ogni piccolo particolare se ne trascina un altro, come una catena che si alimenta e banalizza tutto.
Allora mettersi di fronte ai riflettori lascia una strana sensazione, qualcosa di sospetto: fa pensare ai cinque minuti di popolarità a ogni costo di cui parlava Andy Warhol. Magari c'è buona fede, ma viene sorpassata dalla forza dell'apparenza. Ha il sapore di un reality macabro e forzato, dell'ultima frontiera della schiavitù dell'immagine. È come se Craig e chi gli ha consigliato la diretta della sua morte abbiano voluto dire al mondo che non stavano scherzando, che lui è morto davvero. Per questo l'ultimo fotogramma dei suoi occhi aperti sembra dire: «Ehi scusate, alla fine mi sa che ho sbagliato». Una sceneggiatura fuorisincrono. Fino alla decisione della moglie di scrivere la cronaca della morte del marito per l'Independent. Minuto per minuto: così è morto il mio Craig. Come una partita. Come un gioco. Come una cosa lontana.

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categoria:attualità, eutanasia
martedì, 09 dicembre 2008

da Avvenire del 7 dicembre 2008  un articolo di Daniele Zappalà:

Eutanasia, il Lussemburgo si isola

Lo scontro sulla vita • Insorgono i medici, critiche anche dall'Ue • Dopo che il Parlamento ha di fatto esautorato il granduca per il suo rifiuto di ratificare la legge sulla morte assistita, si moltiplicano le voci a difesa dei malati L’arcivescovo Fernard Franck: «Henri ha dimostrato di essere uomo di principi» Oggi nelle chiese i fedeli in preghiera


Tratto Nei giorni scorsi, rifiutandosi fieramente di apporre la propria firma sul progetto di legge di depenalizzazione dell’euta­nasia già pronto in Parlamento per la seconda e definitiva lettura, il gran­duca Henri era stato indicato da una parte dei commentatori come un ca­po di Stato pronto a mettere a rischio gli equilibri istituzionali del Lussem­burgo in nome delle proprie ferme convinzioni religiose ed etiche.

Ma le reazioni interne e internazio­nali delle ultime ore hanno definiti­vamente smontato la tesi di un isola­to arroccamento regale. Alle nume­rose attestazioni di stima e sostegno rivolte ad Henri, si sono sommate di­verse prese di posizione nel mondo sanitario lussemburghese, senza con­tare le critiche più o meno velate giun­te in direzione del premier cristiano­sociale Jean-Claude Juncker.

Monsignor Fernard Franck, arcive­scovo del Lussemburgo che oggi in­viterà alla preghiera per far riflettere i fedeli sulla scelta dei politici, si è e­spresso così ai microfoni della Radio Vaticana: «Il granduca ha dimostrato in tal modo di essere un uomo con dei principi, che agisce secondo la propria coscienza, la coscienza dei cristiani, e credo che quella che il granduca ha dato è una grande testi­monianza». Le dichiarazioni del pre­sule riassumono l’inquietudine vis­suta da tanti fedeli del granducato, Paese a grande maggioranza cattoli­ca.

Intanto, gli appelli si moltiplicano nel mondo sanitario. L’Anil, associazio­ne nazionale infermieri, ha lanciato un comunicato in cui «chiede il dirit­to per ogni infermiera di rifiutare la partecipazione a un atto d’eutanasia per ragioni di convinzioni persona­li». Anche dai medici responsabili di cure palliative sono giunti messaggi di preoccupazione. Il dottor Bernard Thill, del Centro ospedaliero Emile Mayrisch, si è fatto capofila di un vi­brante appello al mondo politico: «Il messaggio alla società secondo cui i medici e il personale di cura hanno il dovere di occuparsi del malato soffe­rente fino all’ultimo non vale più di quello secondo cui i medici hanno il diritto di dare la morte?».

Certi appelli del mondo sanitario ri­cordano fra l’altro le posizioni contro l’eutanasia di Francia e Germania, i due grandi vicini del granducato. In proposito, il chiaro rifiuto dell’euta­nasia attiva appena ribadito in Fran­cia solennemente dalla commissio­ne Leonetti mette in Lussemburgo i sostenitori della «morte degna» in u­na posizione più scomoda che mai, spingendo vari osservatori ad addi­tare i limiti del dibattito democratico interno condotto nel granducato.

Proprio dalla Francia, è giunta una lettera aperta di 5 deputati cattolici in cui si saluta il «coraggio» del grandu­ca. Mentre Juncker, che ricopre an­che la carica di presidente dell’Euro­gruppo, ha ricevuto richieste di chia­rimenti da parte di una lista di euro­deputati popolari.
http://www.mascellaro.it/web/index.php?page=articolo&CodArt=29625

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categoria:eutanasia