Il primato dell'apostolo nell'epilogo al vangelo di san Giovanni
di Vittorio Lanzani
Tratto da L'Osservatore Romano del 28 giugno 2008
Riguardo agli ultimi eventi della vita di Cristo, i ricordi personali di Giovanni l'evangelista, "il discepolo che Gesù amava" (Giovanni, 13, 23), si fanno più intensi e richiamano diverse volte in parallelo la figura di Pietro, quasi a voler stabilire un confronto dei due nei riguardi del Maestro.
Il "Prediletto", l'apostolo superstite, amato e venerato dalle comunità dell'Asia Minore, attesta apertamente la sua privilegiata vicinanza e il suo spirituale intuito verso la persona di Cristo, come un dono speciale che il Maestro gli aveva riservato.
Tutto ciò è messo in luce in alcuni momenti particolari. Nell'ultima cena, Giovanni si fa interprete di Pietro e si rivolge al Signore "reclinandosi così sul petto di Gesù" per domandargli chi fosse il traditore (Giovanni, 13, 35). È ancora Giovanni a far entrare Pietro nel cortile del sommo sacerdote (Giovanni, 18, 16), dove poi il primo degli apostoli negherà di conoscere Gesù. È lui, il discepolo prediletto, che sta con Maria sotto la croce di Gesù e lo vede spirare e osserva il soldato trafiggere il suo cuore, mentre Pietro è distante dall'evento (Giovanni, 19, 24-25 e 34-35). Inoltre il mattino di Pasqua, Pietro e Giovanni "tutti e due correvano insieme" al sepolcro (Giovanni, 20, 4). Il discepolo prediletto corre più veloce e arriva primo, ma lascia entrare Pietro. Tuttavia è sempre lui "che vide e credette" (Giovanni, 20, 9).
Nell'ultimo tratto di vangelo, il capitolo 21, ritenuto dai più come completamento maturo dell'evangelista o della sua cerchia, ormai sul finire del primo secolo, viene presentato un raffronto decisivo tra Pietro e Giovanni, alla luce della presenza gloriosa del Risorto, che sta per lasciare questa terra e guarda al futuro del suo "piccolo gregge".
Dopo la risurrezione di Gesù, durante la pesca notturna e infruttuosa sul lago di Galilea, è ancora il discepolo prediletto a intuire nella luce dell'alba la presenza del Signore sulla riva: "È il Signore!". A questa voce Pietro si getta in acqua per andare verso Gesù (Giovanni, 21, 7).
Nell'incontro che segue Cristo chiede a Pietro per ben tre volte un
amore incondizionato e l'apostolo risponde altrettante volte: "amo te". Dopo ogni dichiarazione, Cristo affida a Pietro la missione di pascere il "suo" gregge (Giovanni, 21, 25-17). viene dunque espressa nei confronti di Pietro una parola unica e decisiva. A Pietro è donato un "primato" e un carisma singolare dal Cristo stesso: quello di "pascere il suo gregge, le sue pecorelle". Tutta la comunità giovannea riconosce e manifesta chiaramente il dono conferito unicamente a Pietro, la missione particolare verso tutto il gregge. Non solo, ma la pagina evangelica attesta anche la sequela perfetta dei due apostoli fino alla morte. A Pietro viene detto: "Con quale morte egli avrebbe glorificato Dio" (Giovanni, 21, 19). E anche di Giovanni si attesta implicitamente la fine: "Gesù non gli disse che non sarebbe morto" (Giovanni, 21, 23). (continua qui)
di Vittorio Lanzani
Tratto da L'Osservatore Romano del 28 giugno 2008
Riguardo agli ultimi eventi della vita di Cristo, i ricordi personali di Giovanni l'evangelista, "il discepolo che Gesù amava" (Giovanni, 13, 23), si fanno più intensi e richiamano diverse volte in parallelo la figura di Pietro, quasi a voler stabilire un confronto dei due nei riguardi del Maestro.
Il "Prediletto", l'apostolo superstite, amato e venerato dalle comunità dell'Asia Minore, attesta apertamente la sua privilegiata vicinanza e il suo spirituale intuito verso la persona di Cristo, come un dono speciale che il Maestro gli aveva riservato.
Tutto ciò è messo in luce in alcuni momenti particolari. Nell'ultima cena, Giovanni si fa interprete di Pietro e si rivolge al Signore "reclinandosi così sul petto di Gesù" per domandargli chi fosse il traditore (Giovanni, 13, 35). È ancora Giovanni a far entrare Pietro nel cortile del sommo sacerdote (Giovanni, 18, 16), dove poi il primo degli apostoli negherà di conoscere Gesù. È lui, il discepolo prediletto, che sta con Maria sotto la croce di Gesù e lo vede spirare e osserva il soldato trafiggere il suo cuore, mentre Pietro è distante dall'evento (Giovanni, 19, 24-25 e 34-35). Inoltre il mattino di Pasqua, Pietro e Giovanni "tutti e due correvano insieme" al sepolcro (Giovanni, 20, 4). Il discepolo prediletto corre più veloce e arriva primo, ma lascia entrare Pietro. Tuttavia è sempre lui "che vide e credette" (Giovanni, 20, 9).
Nell'ultimo tratto di vangelo, il capitolo 21, ritenuto dai più come completamento maturo dell'evangelista o della sua cerchia, ormai sul finire del primo secolo, viene presentato un raffronto decisivo tra Pietro e Giovanni, alla luce della presenza gloriosa del Risorto, che sta per lasciare questa terra e guarda al futuro del suo "piccolo gregge".
Dopo la risurrezione di Gesù, durante la pesca notturna e infruttuosa sul lago di Galilea, è ancora il discepolo prediletto a intuire nella luce dell'alba la presenza del Signore sulla riva: "È il Signore!". A questa voce Pietro si getta in acqua per andare verso Gesù (Giovanni, 21, 7).
Nell'incontro che segue Cristo chiede a Pietro per ben tre volte un
amore incondizionato e l'apostolo risponde altrettante volte: "amo te". Dopo ogni dichiarazione, Cristo affida a Pietro la missione di pascere il "suo" gregge (Giovanni, 21, 25-17). viene dunque espressa nei confronti di Pietro una parola unica e decisiva. A Pietro è donato un "primato" e un carisma singolare dal Cristo stesso: quello di "pascere il suo gregge, le sue pecorelle". Tutta la comunità giovannea riconosce e manifesta chiaramente il dono conferito unicamente a Pietro, la missione particolare verso tutto il gregge. Non solo, ma la pagina evangelica attesta anche la sequela perfetta dei due apostoli fino alla morte. A Pietro viene detto: "Con quale morte egli avrebbe glorificato Dio" (Giovanni, 21, 19). E anche di Giovanni si attesta implicitamente la fine: "Gesù non gli disse che non sarebbe morto" (Giovanni, 21, 23). (continua qui)





