In mezzo a caos e occupazioni, a Roma una mostra ha raccontato perché «bisogna partire sempre da chi si ha davanti». La scoperta di due studentesse
Dal 20 al 25 ottobre abbiamo proposto nell’atrio di Lettere la mostra “Vicky: storie dell’altro mondo. In questo mondo”, promossa da Avsi, seguita dall’incontro conclusivo con Rosetta Brambilla (volontaria Avsi in Brasile) e Renato Boechat (musicista brasiliano). Nella settimana precedente è cominciata in tutta la Sapienza una forte mobilitazione contro la Gelmini e la legge 133. Mentre
sistemavamo le ultime cose, ci chiedevamo cosa sarebbe successo se le proteste fossero aumentate: «Che sfortuna! Proprio adesso che arriva in facoltà una cosa bella come la mostra, scoppiano tutte queste proteste…». Temevamo che il collettivo ci impedisse di esporre i pannelli o che, nella confusione, i nostri compagni di corso non si sarebbero accorti della mostra. Ma ormai non potevamo rimandarla. In più cominciava a sorgere in noi una domanda fastidiosa: «Cosa c’entra con le proteste questa mostra? Parla di donne africane e brasiliane, mentre tutti si concentrano sulla situazione in università… Non siamo un po’ fuori dal mondo?». Non sapevamo rispondere. Poi a Scuola di comunità, la provocazione di Martina: «Forse è questo il modo con cui Cristo ci chiede di rispondere alla situazione in università». Così, nonostante lo scetticismo, l’abbiamo presa come ipotesi.
Il 20 ottobre è partita la mostra. Intanto si intensificavano le proteste e in ogni facoltà si organizzavano assemblee per decidere la forma più adatta. Quel pomeriggio Chiara ha fatto una visita guidata ad una ragazza, soffermandosi sulla lettera di Vicky per farle capire il metodo di Avsi: partire dalla realtà e dalla persona per rispondere al bisogno. «Prima di incontrare qualcuno che la amasse come persona, Vicky non aveva più un motivo per vivere e neanche per curarsi», le ha detto. «Quindi se le avessero semplicemente dato le medicine contro l’Hiv non l’avrebbero aiutata: a lei occorreva innanzitutto riscoprire il valore di se stessa».
Finita la spiegazione abbiamo partecipato all’assemblea dei collettivi. Si proponeva il blocco della didattica come forma più incisiva di protesta. Ad un certo punto ha preso la parola uno studente; approvava la necessità di protestare ma chiedeva di trovare un’alternativa: «Sono un fuorisede. Se bloccate le lezioni, tanti come me pagheranno l’affitto senza poter seguire i corsi. Sarebbe uno spreco di soldi che si aggiungerebbe all’aumento delle tasse! Protestiamo, ma troviamo un’altra forma». Tutta la sala ha applaudito fragorosamente. Ma il collettivo ha lasciato cadere l’intervento e ha continuato a parlare solo di blocco delle lezioni, perfino di occupazioni.
Questo ci ha colpito tantissimo. Quelli del collettivo si atteggiavano a paladini dell’università e veri difensori degli studenti... Poi, davanti al bisogno concreto di un ragazzo, hanno fatto finta di niente, attaccati alla loro ideologia. Allora ci è venuta in mente la mostra. Per rispondere ad un bisogno occorre partire dalla realtà e dalla persona che si ha davanti, non da una propria idea. Quanto era vero e attuale il metodo di quei pannelli! Valeva anche per l’università e le proteste contro la 133. Era la base per qualsiasi intervento utile e costruttivo.
La sera seguente è cominciato il blocco delle lezioni, con l’occupazione di quasi tutte le facoltà (tra cui anche Lettere). La mattina i pannelli della mostra erano stati spostati dai ragazzi del collettivo: «Questo non c’entra con la nostra protesta», ci dicevano mentre li rimontavamo. Ma ormai non ci sembrava più di fare un gesto fuori dal mondo, anzi! E la mostra non è passata inosservata neanche tra i compagni di corso: tantissimi, quasi tutti incontrati per la prima volta, hanno voluto farsela spiegare. Si soffermavano a leggere la lettera di Vicky e da lì chiedevano di fare tutto il giro. Una ragazza se l’è ricopiata sul quaderno, così ci è venuta l’idea di fotocopiarla e regalarla.
Davvero non ci aspettavamo che venisse tanta gente, soprattutto perché l’atrio era sempre invaso dai manifestanti coi megafoni. Mi faceva impressione vedere i pannelli in quella confusione e chi li spiegava. Un giorno un ragazzo dei collettivi è venuto a chiederci lo scotch per attaccarsi addosso dei fogli contro la 133. Intanto, guardava la mostra: «E questa cosa sarebbe?». «Una mostra organizzata dagli studenti. Se vuoi te la spieghiamo». Lui: «Non ho tempo, stiamo andando a fare un corteo al Senato». Poco dopo è ripassato con un amico e ha fatto il giro. Alla fine ci siamo messi a parlare della protesta. Ci ha detto: «Anche noi non volevamo il blocco delle lezioni, ma alla fine nessuno ci ha proposto un’alternativa. Quindi protestiamo così».
Ci ha colpito come molti si siano coinvolti, portando i compagni di corso e qualche professore. «È un modo per dire chi siamo e cosa portiamo», ci ha detto un amico. In effetti la mostra è stata proprio il segno di una diversità nella confusione dell’occupazione. Anzi, questa circostanza ci ha aiutato ad accorgerci di cosa portavamo e di quanto il mondo intero ne abbia bisogno. È stata una risposta più efficace di qualunque opposizione. È stata la testimonianza viva di un modo diverso e più vero di guardare la realtà.
E l’incontro finale ci ha rilanciato in questa sfida. Sia Elisabetta Ponzone (curatrice della mostra) che Rosetta Brambilla hanno parlato dell’importanza di questo sguardo come origine di qualsiasi sviluppo per la persona e la società. Non soltanto nei Paesi in via di sviluppo, ma anche nelle nostre università o nei rapporti quotidiani. L’amicizia di Rosetta e Renato è stata per noi l’incarnarsi dello sguardo descritto nei pannelli. Ci ha reso ancora più familiari le storie raccontate. Abbiamo potuto sperimentare il cambiamento che si genera in noi quando veniamo abbracciati e amati gratuitamente.
Chiara e Licia, Università La Sapienza, Roma
Da TRACCE di Novembre
categoria:educazione, università, vicky, rosetta brambilla






