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mercoledì, 10 dicembre 2008

In mezzo a caos e occupazioni, a Roma una mostra ha raccontato perché «bisogna partire sempre da chi si ha davanti». La scoperta di due studentesse

Dal 20 al 25 ottobre abbiamo proposto nell’atrio di Lettere la mostra “
Vicky: storie dell’altro mondo. In questo mondo”, promossa da Avsi, seguita dall’incontro conclusivo con Rosetta Brambilla (volontaria Avsi in Brasile) e Renato Boechat (musicista brasiliano). Nella settimana precedente è cominciata in tutta la Sapienza una forte mobilitazione contro la Gelmini e la legge 133. Mentre sistemavamo le ultime cose, ci chiedevamo cosa sarebbe successo se le proteste fossero aumentate: «Che sfortuna! Proprio adesso che arriva in facoltà una cosa bella come la mostra, scoppiano tutte queste proteste…». Temevamo che il collettivo ci impedisse di esporre i pannelli o che, nella confusione, i nostri compagni di corso non si sarebbero accorti della mostra. Ma ormai non potevamo rimandarla. In più cominciava a sorgere in noi una domanda fastidiosa: «Cosa c’entra con le proteste questa mostra? Parla di donne africane e brasiliane, mentre tutti si concentrano sulla situazione in università… Non siamo un po’ fuori dal mondo?». Non sapevamo rispondere. Poi a Scuola di comunità, la provocazione di Martina: «Forse è questo il modo con cui Cristo ci chiede di rispondere alla situazione in università». Così, nonostante lo scetticismo, l’abbiamo presa come ipotesi.
Il 20 ottobre è partita la mostra. Intanto si intensificavano le proteste e in ogni facoltà si organizzavano assemblee per decidere la forma più adatta. Quel pomeriggio Chiara ha fatto una visita guidata ad una ragazza, soffermandosi sulla lettera di Vicky per farle capire il metodo di Avsi: partire dalla realtà e dalla persona per rispondere al bisogno. «Prima di incontrare qualcuno che la amasse come persona, Vicky non aveva più un motivo per vivere e neanche per curarsi», le ha detto. «Quindi se le avessero semplicemente dato le medicine contro l’Hiv non l’avrebbero aiutata: a lei occorreva innanzitutto riscoprire il valore di se stessa».
Finita la spiegazione abbiamo partecipato all’assemblea dei collettivi. Si proponeva il blocco della didattica come forma più incisiva di protesta. Ad un certo punto ha preso la parola uno studente; approvava la necessità di protestare ma chiedeva di trovare un’alternativa: «Sono un fuorisede. Se bloccate le lezioni, tanti come me pagheranno l’affitto senza poter seguire i corsi. Sarebbe uno spreco di soldi che si aggiungerebbe all’aumento delle tasse! Protestiamo, ma troviamo un’altra forma». Tutta la sala ha applaudito fragorosamente. Ma il collettivo ha lasciato cadere l’intervento e ha continuato a parlare solo di blocco delle lezioni, perfino di occupazioni.
Questo ci ha colpito tantissimo. Quelli del collettivo si atteggiavano a paladini dell’università e veri difensori degli studenti... Poi, davanti al bisogno concreto di un ragazzo, hanno fatto finta di niente, attaccati alla loro ideologia. Allora ci è venuta in mente la mostra. Per rispondere ad un bisogno occorre partire dalla realtà e dalla persona che si ha davanti, non da una propria idea. Quanto era vero e attuale il metodo di quei pannelli! Valeva anche per l’università e le proteste contro la 133. Era la base per qualsiasi intervento utile e costruttivo.
La sera seguente è cominciato il blocco delle lezioni, con l’occupazione di quasi tutte le facoltà (tra cui anche Lettere). La mattina i pannelli della mostra erano stati spostati dai ragazzi del collettivo: «Questo non c’entra con la nostra protesta», ci dicevano mentre li rimontavamo. Ma ormai non ci sembrava più di fare un gesto fuori dal mondo, anzi! E la mostra non è passata inosservata neanche tra i compagni di corso: tantissimi, quasi tutti incontrati per la prima volta, hanno voluto farsela spiegare. Si soffermavano a leggere la lettera di Vicky e da lì chiedevano di fare tutto il giro. Una ragazza se l’è ricopiata sul quaderno, così ci è venuta l’idea di fotocopiarla e regalarla.
Davvero non ci aspettavamo che venisse tanta gente, soprattutto perché l’atrio era sempre invaso dai manifestanti coi megafoni. Mi faceva impressione vedere i pannelli in quella confusione e chi li spiegava. Un giorno un ragazzo dei collettivi è venuto a chiederci lo scotch per attaccarsi addosso dei fogli contro la 133. Intanto, guardava la mostra: «E questa cosa sarebbe?». «Una mostra organizzata dagli studenti. Se vuoi te la spieghiamo». Lui: «Non ho tempo, stiamo andando a  fare un corteo al Senato». Poco dopo è ripassato con un amico e ha fatto il giro. Alla fine ci siamo messi a parlare della protesta. Ci ha detto: «Anche noi non volevamo il blocco delle lezioni, ma alla fine nessuno ci ha proposto un’alternativa. Quindi protestiamo così».
Ci ha colpito come molti si siano coinvolti, portando i compagni di corso e qualche professore. «È un modo per dire chi siamo e cosa portiamo», ci ha detto un amico. In effetti la mostra è stata proprio il segno di una diversità nella confusione dell’occupazione. Anzi, questa circostanza ci ha aiutato ad accorgerci di cosa portavamo e di quanto il mondo intero ne abbia bisogno. È stata una risposta più efficace di qualunque opposizione. È stata la testimonianza viva di un modo diverso e più vero di guardare la realtà.
E l’incontro finale ci ha rilanciato in questa sfida. Sia Elisabetta Ponzone (curatrice della mostra) che Rosetta Brambilla hanno parlato dell’importanza di questo sguardo come origine di qualsiasi sviluppo per la persona e la società. Non soltanto nei Paesi in via di sviluppo, ma anche nelle nostre università o nei rapporti quotidiani. L’amicizia di Rosetta e Renato  è stata per noi l’incarnarsi dello sguardo descritto nei pannelli. Ci ha reso ancora più familiari le storie raccontate. Abbiamo potuto sperimentare il cambiamento che si genera in noi quando veniamo abbracciati e amati gratuitamente.
Chiara e Licia, Università La Sapienza, Roma

Da TRACCE di Novembre

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mercoledì, 13 agosto 2008

Meeting 2008 - giovedì 28 agosto 2008 - Ore: 15.00 Sala A1 - Incontro con Aldo Trento (Paraguay) e Rosetta Brambilla (Brasile)

 

Rosetta Brambilla

Milano 1960. «Rosetta, domenica c’è una festa a casa di Lucia. Vieni? Si balla». Perché no? Rosetta, diciassette anni, lavora in fabbrica come decoratrice di porcellane, e a fine settimana ha voglia di divertirsi. Di soldi poi in tasca ne ha pochi perché lo stipendio lo dà in casa. Per sé solo 200 lire alla settimana. Giusto il cinema ogni tanto. Accetta. La festa è come le altre, si scherza, si balla. Rosetta è però colpita da un gruppetto. Non capisce perché, ma hanno un modo attraente di stare insieme, le sembra che ballino persino in modo diverso. Incuriosita gli si avvicina, ci parla. Si sta bene con loro. Salta fuori che sono amici di Antonio che lei conosce bene, che fanno parte di Gs.
«Ma cosa è Gs?». «Domenica andiamo a fare una gita in montagna? Ti aspettiamo. Il ritrovo è ai piedi della Grigna. Un passo da casa tua. Non sei mica di Bernareggio? Vieni». In funivia, seduta accanto ad Antonio gli aveva chiesto: «Cosa avete di diverso?». «È Cristo, ciò che ci muove è Cristo. In ogni azione: che sia il ballare o l’andare in montagna». «Mi interessa, voglio stare con voi». «Ci vediamo a messa in Santo Stefano». Così di colpo la vita era cambiata. L’incontro con il don Giuss, la Scuola con lui in via Sant’Antonio, mangiare insieme e poi via in Bassa. Ogni istante diventa attraente. E Rosetta per potersi pagare treno, pullman, tram per arrivare a Milano e raggiungere questa compagnia nuova si trova il secondo impiego: tre sere alla settimana lavora in una ditta di gazzosa.
Nel ‘62 i primi partono per il Brasile e le decime le inviano là: è il modo concreto per stare vicino agli amici lontani che costruiscono un pezzetto di mondo nuovo, e con la caritativa è il modo per guardare la realtà senza manipolarla. A questo li educa il don Giuss: ad appassionarsi a Cristo. Rosetta, a un certo punto, capisce che vuole abbracciare tutto il mondo: vuole andare in missione. Ne parla con Giussani che le indica le Piccole Suore del Martinengo. Poi nel ‘67 la partenza per il Brasile a raggiungere Pigi, Nicoletta, Luisa, Maria Rita e gli altri. Ma tra alcuni di loro è già in atto la frattura: l’abbandono della Chiesa in favore di una scelta marxista che doveva rispondere, secondo loro, al desiderio della costruzione di un mondo nuovo. Per Rosetta è uno strappo: quelli che erano più madre e padre dei suoi stessi genitori rinnegavano, anzi dicevano che la sua era una posizione infantile che bisognava cambiare. L’Umberto aveva attraversato l’Oceano proprio per spiegarglielo e riportarla a casa, per indicarle “la strada giusta”. Ma c’erano le lettere di Giussani, che mai l’aveva lasciata sola: «Cristo è ciò per cui tutto è fatto, e Cristo è il perché della tua vita: a lui dedicati con devozione totale, e allora anche gli sbagli degli uomini e le incomprensioni con cui ti possono trattare diventeranno pietre per la edificazione d’una tua grande anima». Umberto era ripartito e lei era stata lì con quelli che lui definiva sogni giovanili e lei fedeltà al Signore, unico motivo per cui valeva la pena spendere la propria vita.
Nel ‘70 il rientro in Italia e la decisione di entrare nel Gruppo Adulto. E dentro questo desiderio di abbracciare il mondo.
Così, nel ‘72 riparte per il Sudamerica. Prima a San Paolo, poi a Macapà, nel cuore dell’Amazzonia, e infine nel ‘78 nelle favelas di Belo Horizonte con Pigi Bernareggi. Sempre per costruire un pezzetto di mondo nuovo. E proprio a Belo Horizonte, seduta in strada su blocchi di cemento, mentre insegna catechismo ai bambini, le viene l’idea: ci vuole un luogo per tutti quei bambini abbandonati per la maggior parte della giornata, un luogo per loro, ma anche per le loro mamme, dove essere guardati come persone. E lì, all’aperto, sotto un telo cerato, dà vita a un asilo con l’aiuto di due ragazze della favela. Di giorno in giorno i bambini aumentano e dopo qualche anno riescono a prendere una baracca con i soldi della mamma di Rosetta, che l’ha sempre sostenuta. Oggi, attraverso Avsi e le adozioni a distanza, i bambini seguiti sono più di 700, dai due mesi ai 15 anni. Alcuni educatori sono stati a loro volta alunni. A tutti Rosetta ripete che educare è comunicare sé in ogni gesto della giornata: dall’apparecchiare la tavola a insegnare a leggere, perché i bambini guardano dove tu guardi. Riverbero di quello che anni prima Giussani le aveva insegnato: vivere è affermare Cristo. Sempre. [Tracce, febbraio 2005]

Rosetta, la missionaria laica che ha trasformato le favelas in modello di risanamento
La signora del Brasile
Testimonianza di Rosetta Brambilla
Brasile. Costruire un pezzo di mondo nuovo
Rosetta Brambilla, dove c’era solo puzza ha fatto fiorire la favela

 

Grazie a Fontana Vivace

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